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Vecchio 26-03-2013, 23:23
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Smile Racconto di un lancista sfegatato,di una lancia puro sangue

Esistono case automobilistiche universalmente riconosciute come sinonimo di classe e d'eleganza, i cui prodotti però, hanno scarso successo commerciale. Una di queste, a causa di operazioni di marketing errate e, soprattutto, di progetti non all'altezza del blasone; ha visto, negli ultimi tempi, assottigliarsi di molto la propria quota nel mercato delle berline di lusso. Il fascino, però, è rimasto (e non potrebbe essere altrimenti, vista la storia che tale costruttore ha alle spalle). Di chi stiamo parlando? Di Lancia, ovviamente.

Dove nasce il prestigio di questo marchio?
Andiamo indietro nel tempo, agli inizi del '900, quando in una Fiat ancora piccina lavorava un giovane pilota-collaudatore: Vincenzo Lancia, il quale covava da qualche tempo il sogno di realizzare un proprio automobile (proprio così, al maschile, visto che, solo successivamente, D'Annunzio, esclamò: "L'automobile è Femmina!", determinandone ufficialmente il genere).

Ci riuscì nel 1906. Da subito, però, il florido Vincenzo dovette scontrarsi con un "leggero intoppo": il prototipo fu costruito in un'officina minuscola e, una volta completato, non passava attraverso l'ingresso del locale. In ogni modo, malgrado questo piccolo problemino, la produzione si avviò e dopo soli tre anni iniziarono i lavori d'ampliamento degli stabilimenti. La produzione andava a gonfie vele, grazie anche alla commessa per motorizzare il Regio Esercito. Intorno agli anni '20 si definì chiaramente la direttrice che l'azienda avrebbe dovuto seguire: realizzare vetture esclusive e con soluzioni tecniche d'avanguardia. In pratica, Lancia s'ispirò all'automobilismo inglese e, per l'azienda, il mercato d'Oltremanica diventò una delle piazze principali.

Il primo colpo alla stabilità dell'impresa arrivò nel 1937: Vincenzo Lancia morì stroncato da un infarto. Intanto la guerra coinvolse il nostro Paese e negli anni '50 iniziò la ricostruzione.

stessa). Lo riportiamo
Assunse il comando della società Gianni Lancia, figlio del fondatore. In quel periodo la Lancia fu succube di una gestione finanziaria poco oculata: furono investite ingenti somme nelle competizioni, senza ottenere successi e perciò, dopo il deludente impegno in formula 1 (che portò la Lancia a regalare nel 1955 le proprie vetture a Ferrari), l'azienda diventò sempre più traballante e neanche le vittorie ottenute nei rally, negli anni '60, riuscirono a salvarla. I proprietari cedettero la società che, nel 1969 (dopo vari passaggi di proprietà), entrò nell'orbita Fiat.
All’uscita di scena dell’Appia, Ferruccio Bernabò, un noto giornalista e sfegatato “lancista”, scrive un roboante ma significativo articolo dal sapore nostalgico/romantico, che appare nell’estate del 1963 sulla rivista “Lancia” (edita dalla Casa torinese integralmente.

Lettera storica di un Lancista

Addio, cara Appia; ci rivolgiamo a te, in questo saluto fatto di nostalgie, come ad un essere umano, come a un’amica di giorni sereni il cui ricordo evoca momenti di felicità piena, rimembranze sfumate nel tempo eppure ancora vivide di immagini. Eri nata nella primavera del 1953, sorella minore dell’Aurelia, per sostituire l’Ardea; avevi un aspetto di giovane aristocratica, tanto elegante quanto sobria, e gli intenditori riconobbero in te i segni certi della buona razza Lancia, quella che non suscita effimere vampate d’entusiasmo presto sopito, ma piuttosto quel certo quale distacco che si smussa poco a poco, scoprendo ogni giorno le virtù celate, le segrete risorse di chi non ama il vistoso modo di imporsi tra gente superficiale. Poiché eri nata signora, insomma. Forse un pochino gracilina, nei tuoi primi mesi di vita, tanto che quella gente di cui sopra, credette di fare giustizia sommaria delle tue qualità ancora non pienamente rivelate. Poi, il tempo fece presto a ristabilire la verità. Eri una vettura raccolta, di forme aggraziate, agile, con un motorino magari un po’ complesso, raffinato, generoso. Anche nella meccanica, come nella linea, avevi osato andare controcorrente - come tante Lancia che ti avevano preceduto – e per questo ti fu un po' difficile importi immediatamente. E del resto faceva parte della tua natura schiva. Ma quando uscisti dalla fanciullezza, tutti i critici della prima ora credettero di “scoprirti”, si accorsero che non avevi eguali al mondo, che eri elegante, bella, veloce, sobria come nessun’altra. E l’ammirazione si mutò in entusiasmo allorché, nel 1956, i tecnici ti diedero un nuovo vestito che slanciò la tua linea, e ritoccarono il tuo motore con una iniezione di brio che completò la tua personalità. Da allora diventasti più che mai la vettura che riassumeva in sé tutte le virtù; chi ti possedeva andava fiero di poter dire: la mia macchina è un’Appia. Non avevi bisogno di niente: fedele, silenziosa, sempre pronta, non arricchivi certamente i meccanici delle officine. Cento, centoventimila chilometri: ci fu chi arrivò a superare i 150 mila senza revisioni di sorta. Eri diventata insomma una macchina proverbiale, una pietra di paragone da cui uscivi sempre vittoriosa, cara Appia. E fu accolto con compiacimento, ma senza sorpresa, l’annuncio che la rivista “Quattroruote” aveva fatto percorrere a una Appia, senza soste, 160 mila chilometri sulle strade italiane, cento volte la Mille Miglia ! Questo era il tuo cuore generoso. Ti vestirono in elegante coupé, in ariosa convertibile, in berlinetta sportiva: e allora, come sempre senza chiasso, vincesti nei concorsi d’eleganza, ti facesti ammirare nei Saloni internazionali, fosti imbattibile nelle gare di velocità e di consumo. Esiste in proposito un lungo ricco albo d’oro che la Lancia conserverà tra i documenti più significativi di un’epoca, l’epoca Appia. La tua ultima, felice trasformazione l’avesti con la “terza serie”, che rappresentò il tuo trionfo definitivo. Continuavano a nascere in tutto il mondo macchine di cilindrata simile alla tua (ma mai della tua classe), eppure quando gli automobilisti facevano confronti, tornavanop a te, vecchia cara Appia, con la fiducia incrollabile che quanto potevi dare tu, nessun’altra ci sarebbe riuscita. E così, mese dopo mese, anno dopo anno, ti moltiplicasti, fintanto che non sorse all’orizzonte della Lancia un nome nuovo, il modello che doveva raccogliere la tua pesante eredità: la Fulvia. E il 27 aprile 1963, con l’esemplare numero 103.161 il tuo ciclo si è chiuso. Vollero, quel giorno, darti un saluto ufficiale: dirigenti e maestranze si raccolsero attorno all’uscita della linea di montaggio Appia, per farti un po’ di festa. Te la meritavi. E tutti erano un po’ commossi. Ma tu continuerai a fare il tuo dovere come prima, sulle strade del mondo. E ti vedremo circolare chissà per quanti anni ancora, perché il tuo compito è quello di servire fedelmente, di non fermarti mai, leggendaria Appia. Saremo felici di continuare ad incontrare ovunque la tua sagoma così caratteristica, di udire il fruscìo vivace del tuo motore, di ascoltare gente fiera di dire: la mia macchina è un’Appia. E poi, puoi essere tranquilla sul conto della tua ultima sorella, da poco nata: è della tua stessa razza, ha ereditato le tue migliori virtù. Già adesso sta diventando la automobile degli intenditori, come tu stessa un tempo: chi ha posseduto un’Appia, ha già o avrà una Fulvia. Vedi dunque che puoi andare orgogliosa ! Addio cara Appia, non sarai dimenticata, né nel nostro ricordo né nella storia meravigliosa dell’automobile.



Cosa ne pensate sulla storia di questo prestigioso Marchio,e sulle cause che hanno provocato il declino di Lancia?

Ultima modifica di Gigi614; 26-03-2013 alle 23:28 Motivo: n
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